
INTERVISTA
Intervista rilasciata a Christian Bauer
Vienna, 1° agosto 2001
Di Massimo Stefanizzi, chitarrista e compositore veneziano, abbiamo assistito ieri ad un concerto solista nella Schubertkirche. Dopo un recital che ha abbracciato quattro secoli di storia, Stefanizzi con la sua chitarra a dieci corde, una chitarra d'amore come la definisce lui, si è congedato dal pubblico con una memorabile rielaborazione del Lied Ständchen di Franz Schubert; un doveroso omaggio al compositore viennese nella chiesa che porta il suo nome.
Stefanizzi ha accettato di incontrarci il giorno dopo per un'intervista.
Christian Bauer:
Maestro, non sapevamo che Schubert fosse così congeniale alla chitarra...
Massimo Stefanizzi: Mi fa piacere che l'abbia
notato, è assolutamente adatto, anzi direi che nella chitarra emerge
la sua componente poetica più pura ed intimista, certo è stato
necessario un accurato lavoro di trascrizione e revisione che in questo frangente,
mi sembra, lungi dall'impoverire questo capolavoro ne ha reso il profilo ancora
più intenso ed essenziale.
Dopo il concerto la Signora
Felicitas Ruhm, vice-presidente dell'Associazione Haydn, Le ha fatto dono
di una canna originale dell'organo appartenuto a Franz Schubert...
È una delle canne che sono state sostituite in seguito all'opera di
restauro del prezioso organo. Cosa posso aggiungere?... è stata un'onorificenza
molto gradita e del tutto inaspettata, il fatto che mi sia stata consegnata
in quel luogo così carico di storia mi ha davvero commosso.
Durante la pausa tra il pubblico
ho intravisto Leon Askin e cosí ne ho approfittato per chiedergli un
commento a caldo. Mi ha detto di avere già assistito ad un suo recital
la scorsa primavera e poi ha aggiunto: "Stefanizzi mi ricorda Andrés
Segovia ed è diverso da tutti i chitarristi che ho ascoltato fino ad
oggi: è talmente diverso che sembra non sia mai esistito nessuno prima
di lui. Credo possegga la qualità più rara per un artista: la
dignità dell'archetipo". Pensa sia qualcosa che ha a che vedere
con lo strumento, il suono o un particolare modo di interpretare?
Ha detto davvero così?... Mamma mia bella!... beh, credo però
che il significato dovrebbe farselo spiegare da lui e non da me!... potrei
solo provare ad azzardare qualche ipotesi... non so... un legame molto forte
con Segovia esiste in quanto sono un allievo di Angelo Amato e Alirio Diaz,
che di Segovia furono rispettivamente uno dei maggiori allievi storici italiani
ed il suo più celebre assistente all'Accademia Chigiana di Siena.
Però penso che se Askin avesse l'opportunità di ascoltare Amato
comprenderebbe che lui è enormemente più vicino a Segovia di
quanto non lo sia io o qualunque altro chitarrista; ha la medesima corporatura
e nobiltà del suono, lo stesso approccio interpretativo e direi persino
una maggiore varietà dei colori e soprattutto dei contrasti, purtroppo
non è riuscito a fare la carriera che avrebbe meritato, e Segovia lo
sapeva bene.
Io senza falsa modestia da un lato credo di avere una sensibilità musicale
più complessa, dall'altro soprattutto una concezione interpretativa
più attuale; pur essendo grato ad entrambi da tempo ho sentito l'obbligo
di evolvermi affrancandomi dal ponderoso carico ereditario e cercando di perseguire
linee interpretative e di pensiero differenti, forse meno concilianti ma più
universali, è un po' difficile da esprimere a parole... chi mi ha ascoltato
e conosce i miei Maestri capisce quello che intendo dire, insomma... credo
che con "nonno Andrés" oggi come oggi avrei un rapporto piuttosto difficile...
Ad ogni modo penso che Askin abbia detto una cosa giusta, ciò che accomunava
i grandi interpreti del passato, indipendentemente dallo strumento, era la
capacità di andare al di là delle note scritte in una partitura:
erano uomini che facevano scelte precise anche se rischiose e le difendevano
strenuamente, non si accontentavano di seguire alla lettera le indicazioni
annotate dai compositori, fossero anche i più grandi della storia della
musica, loro seguivano sempre il proprio istinto. Questo è vero per
Segovia come per Casals, Cortot, Enesco... e in genere per tutti i grandi
solisti che furono i protagonisti della scena musicale fino agli anni '50
o '60.
Questo secondo Lei spiegherebbe la ragione per cui
i virtuosi di un tempo erano molto diversi l'uno dall'altro?
Senz'altro, nella tecnica come nel suono, nell'intonazione
come nell'interpretazione. Oggi invece è l'esatto contrario in quanto
assistiamo ad un continuo livellamento: i giovani d'oggi hanno la tendenza
ad uniformarsi secondo indirizzi sostanzialmente omogenei, dagli Stati Uniti
al Giappone, dalla Svezia fino al Sudafrica... questo è il frutto dell'enorme
passo in avanti compiuto dalla società di massa sul fronte della comunicazione;
il risultato è che al giorno d'oggi a mio parere vi sono eccellenti
violinisti ma non grandi violinisti, bravi chitarristi, tecnicamente migliori
della generazione precedente, ma nemmeno un solo grande chitarrista, e poi
per carità!... non parliamo dei cantanti...
Ci vuole parlare della sua formazione musicale?
Non provengo da una famiglia di musicisti come erroneamente
è stato detto e i miei genitori non mi hanno mai impartito una vera
educazione musicale, almeno in senso stretto, però la mia famiglia
è sempre stata molto sensibile nei confronti della musica, come del
resto molte famiglie italiane all'epoca. Mio padre da ragazzo aveva studiato
un po' il pianoforte durante la guerra, ma niente di più. Così
nel bene e nel male sono cresciuto libero e senza alcun tipo di condizionamenti.
Ho avuto una formazione piuttosto classica, prima il liceo, poi l'Università:
Musicologia a Bologna, nel frattempo ho fatto il Conservatorio, all'inizio
studiando privatamente e poi, dopo aver sostenuti gli esami di quinto anno
di chitarra e quello di ammissione sono diventato allievo effettivo al "Benedetto
Marcello" di Venezia nella classe di chitarra, all'epoca ambitissima, di Angelo
Amato. Successivamente mi sono anche iscritto al corso di musica elettronica
tenuto da Alvise Vidolin.
Che tipo di studente era?
Un po' atipico per il Conservatorio, ero voracissimo e volevo
fare tutte le esperienze possibili in campo musicale, per questa ragione tolleravo
poco il clima accademico che vi si respirava, specialmente a Venezia, comunque
ero uno studente modello, ho superato tutti gli esami riportando sempre il
massimo dei voti, sia al Conservatorio che all'Università.
Lo definirebbe un periodo sereno della sua vita?
Non molto, è stato un periodo molto intenso di studio
e soprattutto carico di affanni: dovevo frequentare l'Università quasi
di nascosto perché i miei maestri, Vidolin a parte, non vedevano di
buon occhio questo carico di studio supplementare, come dicevano loro, temendo
che non potessi dedicarmi sufficientemente allo studio dello strumento e delle
materie complementari, io però ero già adulto e pienamente consapevole
di quelli che allora come oggi considero i limiti dell'educazione impartita
in Conservatorio: una buona preparazione tecnica se avulsa dal contesto storico
e culturale è giocoforza deficitaria, per questo ho sentito di dover
integrare le competenze strettamente strumentali con quelle musicologiche.
Quali sono gli insegnanti cui
si sente particolarmente legato o che comunque hanno rivestito un ruolo importante
nella sua maturazione artistica?
Dalla domanda comprendo che Lei mette in relazione le due cose, in realtà
non è proprio così, o almeno non sempre... un paio di nomi glieli
ho già fatti, aggiungo che da ragazzo ho avuto un contatto molto intenso
con il compositore e direttore d'orchestra Ugo Amendola, un musicista completo
e con un carisma direi quasi... ministeriale!... a quell'epoca era anche il
direttore del Conservatorio di Venezia e un po' mi ricordava l'amico Bruno
Bettinelli, che è stato l'insegnante di quasi tutti i più grandi
musicisti italiani, è logico che per un ventenne come me... Amendola
fosse molto vecchio, il più vecchio di tutti, addirittura più
vecchio di se stesso!... in realtà avrà avuto una sessantina
d'anni... andavo a trovarlo a casa tutte le settimane, questo per tre anni
di seguito, mi ha aiutato molto nello studio dell'armonia e nell'analisi per
il Conservatorio e l'Università. Era anche un pianista di talento e
siccome io all'inizio ero un allievo un po' insofferente... spesso andava
a finire che con la scusa di voler ascoltare un esempio al pianoforte lo costringevo
a suonare per ore...
Mi lasciavo suggestionare dai suoi aneddoti su quelli che a Venezia erano
stati ed erano i protagonisti musicali più importanti del Novecento:
Malipiero, Maderna e molti altri che lui aveva conosciuto di persona. Naturalmente
ero giovane e quindi facilmente impressionabile, gli sono grato perché
mi ha aiutato a scoprire anche l'aspetto più artigianale della musica,
quello fatto di paziente lavoro a tavolino con matita e gomma per cancellare.
In seguito ho avuto incontri con musicisti di ogni tipo, ricordo momenti particolarmente
intensi e formativi ma a differenza degli altri di cui ho detto questi erano
piuttosto brevi e avvenuti quasi tutti in età adulta, perciò
vissuti attraverso il filtro dell'esperienza.
Che cosa l'ha condotta a scegliere
la chitarra decacorde?
Nel 1979 ho ascoltato per la prima volta quella di Narciso Yepes e
sin da allora ne ho intuito le maggiori potenzialità musicali ed espressive
sia rispetto al liuto che alla chitarra stessa.
Uno strumento più moderno?
Senz'altro più completo ed attuale, poi un giorno nel 1982 sono andato
a casa di Angelo Amato al quale ne avevano portato un'esemplare da provare...
da quel giorno non abbiamo più toccato la chitarra a sei corde e senza
volerlo ci siamo inimicati il mondo dei chitarristi...
E perché mai?
Perché ci considerano una razza tutta particolare di strumentisti:
né liutisti né chitarristi... un po' a metà tra i pianisti
e gli extraterrestri... e i liutisti poi!... che per forza di cose comprendono
ancor meglio degli altri le potenzialità del mio strumento... beh,
per loro è un vero mostro, come una volta scherzosamente (ma forse
neanche tanto...) Hopkinson Smith ha definito la mia preziosa Bernabé...
E Lei come la definisce?
Una chitarra d'amore, ha la maestosità e l'estensione
del liuto barocco unitamente alla dinamica e alle potenzialità espressive
della chitarra moderna. Secondo me oggi nella chitarra è un po' il
corrispettivo di quello che rappresentò il moderno pianoforte con il
doppio scappamento e il telaio d'acciaio per i compositori di inizio ottocento
che fino ad allora avevano scritto sul fortepiano.
Da quanto tempo suona la Decacorde?
Diciannove anni esatti. Qualche volta però mi
capita ancora di imbracciare per caso una chitarra a sei corde ed evidentemente
la devo suonare con una certa disinvoltura perché mi accorgo dello
sguardo attonito dell'amico di turno che normalmente dice sconsolato: "ma
perché non pensi di suonare anche con una chitarra "normale"...?"
E Lei cosa risponde?...
Sempre la stessa cosa: che ormai dopo vent'anni di "navigazione di lungo corso"
una chitarra a sei corde mi fa lo stesso effetto che farebbe un laghetto artificiale
al capitano Cook... e poi, sempre pensando a quello che ho detto prima, se
lo immaginerebbe Lei uno come Schumann o Liszt ad eseguire le Humoreske
op. 20 oppure, che so io... il Totentanz su un pianoforte dei primi
dell'ottocento!?...
Non rimpiange proprio niente
dello strumento a sei corde?
Eccome... la maneggevolezza, la prontezza di risposta, un carattere più
intimo che è maggiormente congeniale a certo repertorio ma soprattutto
la facilità nell'esecuzione, quest'ultima incomparabilmente superiore,
come rimpiango il fatto che con la chitarra a sei corde si può suonare
in modo più pulito e intuitivo mentre la Decacorde è una sorta
di animale chimerico che va domato e a questo proposito impone un rigore ed
una concentrazione totale, altrimenti la "belva" risponde come pare a lei
e quasi sempre in modo incoerente. Per questa ragione si deve sempre riflettere
su come porgere ogni singola nota e come farla estinguere altrimenti lo strumento
ha la tendenza a prevalere su chi lo suona.
Trovo che questo sia in realtà il maggior deterrente per chi voglia
avvicinarsi alla Decacorde.
Ci vuole dire quali sono state
le esperienze che, indipendentemente dai musicisti che ha incontrato, l'hanno
formata di più sul piano musicale?
Ce ne sono molte e comunque non è affatto facile tenere sempre distinti
i due ambiti anche perché, detto tra noi, credo sia difficile stabilire
se possa influire di più... osservare il volo di un uccello, o che
so io... un mare in tempesta e in genere qualunque esperienza della vita sensibile
piuttosto che starsene due ore davanti a uno spartito ad analizzare... comunque
per non sottrarmi alla Sua domanda direi che sono state importanti soprattutto
le esperienze condotte in teatro con orchestre e cantanti, e poi anche quelle
compositive che mi hanno fornito un supporto enorme nella maturazione interpretativa.
Quale influenza ha il lavoro del compositore sull'interprete?
Si riferisce al mio rapporto con gli autori che eseguo?
No, mi riferivo alle sue esperienze di compositore.
Ah... beh, è un lavoro assolutamente speculare...
il compositore lavora ad uno stadio primordiale e in un certo senso il suo
lavoro consiste nel mettere insieme il materiale sonoro inerte e molto spesso
arbitrario che nelle sue mani assume già una connotazione ben
precisa, deve partire dalla sua realtà individuale, dal suo vissuto
e tramite la stenografia musicale arrivare a darle NON una forma concreta,
attenzione! bensí definire per mezzo delle indicazioni un campo di
possibilità realizzative; viceversa spetterà all'interprete,
partendo dalla stenografia musicale, risalire a quella verità, riuscire
cioè a realizzarla concretamente in termini sonori e dare voce a ciò
che sta scritto sulla pagina: un insieme che per sua stessa natura si presta
ad essere realizzato in una pluralità di modi. L'interprete dunque
per eseguire deve essere prima in grado di scomporre, decostruire e analizzare
il testo ricercando un'idea, una voce all'interno del tessuto musicale che
abbia il compito di guidarlo all'individuazione di alcune priorità
sonore che soltanto in seguito lo condurranno all'interpretazione vera e propria.
Si tratta di procedere per indizi, direi che è una vera e propria abduzione,
ricercare la verità o meglio un campo di verità per mezzo di
tracce, ha letto Il nome della rosa ?
Veramente no...
Non fa niente, ha presente allora i telefilm del tenente Colombo?
... Sicuro!
Ecco, per l'appunto!... la ritengo un'esperienza fondamentale per ogni strumentista,
a maggior ragione per un solista. Credo che nel corso della seconda metà
del Novecento sia avvenuta una catastrofe per la musica: mi riferisco al fatto
che i compositori hanno assunto un ruolo totalmente distinto da quello degli
interpreti. Dall'antichità fino agli inizi del Novecento tutti i compositori
erano anche buoni strumentisti, in alcuni casi anche eccellenti solisti, fu
così sin dai trovatori medievali fino a Bach, del quale troppo spesso
è stata unicamente sottolineata l'attitudine speculativa nel contrappunto
e invece sappiamo che fu anche un ottimo strumentista, come del resto lo furono
Mozart e Beethoven, per non parlare poi del virtuosismo di Paganini, Schumann,
Chopin, Liszt, fino a Busoni, Ysaÿe, Kreisler, Rachmaninoff. Poi i compositori
hanno smesso di giocare coi loro strumenti e siamo arrivati al punto in cui
vi è una totale dicotomia tra il mondo della composizione e quello
dell'interpretazione.
Ma per un interprete l'analisi non basta?
L'analisi da sola a mio avviso non basta perché non
rende conto delle molteplici possibilità realizzative visibili solo
dal punto di vista di chi scrive.
Può spiegarsi meglio?
Capisco che tocco un argomento delicato e forse sto dando per scontate troppe
cose, il linguaggio musicale non è un linguaggio strettamente referenziale,
non esiste un significato vero e proprio nella musica ma unicamente senso:
può essere estremamente intenso, siamo d'accordo, ma rimarrà
sempre ampio, aperto, indefinito, ecco perché la musica è un
linguaggio universale e possiamo farci intendere dagli ascoltatori di tutto
il mondo. I migliori di noi per mezzo delle note riescono a trasmettere anche
qualche contenuto spirituale ma non riusciranno mai a pronunciare... non dico
una semplice locuzione... ma nemmeno una sola parola di significato compiuto!...
Per arrivare a comprendere fino in fondo quello che intendo dire credo sia
necessario sperimentare il processo inverso; e cioè provare a scrivere
in questa lingua insolita e meravigliosa, un linguaggio che parla ma non dice...
anche perché chi si dedica solo ed esclusivamente all'analisi acuisce
la naturale tendenza comune ad ogni lettore, fruitore o ascoltatore passivo:
la tendenza cioè a sacralizzare e in un certo senso a mummificare la
pagina scritta (il bello poi è che magari credono anche di rendere
un servizio alla musica!...), è questa a mio avviso la principale deformazione
dei musicologi, qualche volta affligge anche certi musicisti i quali spesso
dimenticano che ciò che sta scritto sulla pagina è sí
il frutto di un percorso logico, ma proprio per questo avrebbe anche potuto
realizzarsi in maniera differente già a quello stadio primordiale;
per questa ragione può e deve realizzarsi in maniera differente anche
per mezzo di chi interpreta... in fondo la rielaborazione del Lied di Schubert
ieri sera, originariamente pensato per voce e pianoforte e trascritto per
chitarra... cos'altro è se non la prova lampante del fatto che non
esiste una verità unica ed oggettiva della musica?...
Certo, ma il testo non deve
rimanere pur sempre l'unico referente?
No, perché la musica non è la pittura: l'oggetto estetico non
risiede nella pagina bensì nell'esecuzione, la pagina di musica sta
all'opera d'arte come le tavole di un progetto architettonico all'edificio
vero e proprio.
Ma voglio farle ancora un esempio: pensiamo al concerto per violino e orchestra
di Mendelssohn e pensiamo alle interpretazioni storiche di Kreisler, Oistrach,
Menuhin, Stern etc... ognuno di questi interpreti aveva un modo assolutamente
differente di rapportarsi alla stessa pagina musicale, è d'accordo?...
eppure ognuno di loro era straordinariamente grande e coerente, grande soprattutto
a mettere in rilievo aspetti ogni volta diversi di quel capolavoro musicale.
Chi può arrogarsi il diritto di stabilire COME, dev'essere eseguito
un determinato brano o anche una singola frase musicale?...
Personalmente la considero la più grande offesa all'Uomo e alla Musica.
Mi sembra di capire che la
Sua concezione estetica sia di tipo romantico-idealista.
Mi rendo conto che può sembrare cosí ma è esattamente
il contrario... mi creda! Vorrei anzi aggiungere che il momento in cui ho
raggiunto una concezione libera ed aperta della musica ha coinciso con la
mia adesione senza riserve al materialismo storico, ed è chiaro che
quest'ultimo ha più a che fare con Marx, Engels e Lukács piuttosto
che con Benedetto Croce!
Se certi strumentisti di mia conoscenza provassero ad abbandonare per un momento
l'idea della assoluta ineluttabilità delle note scritte, raggiungerebbero
con maggior facilità quella logica e quel senso di naturalezza che
devono stare alla base di ogni interpretazione. Per questo motivo ritengo
che ogni musicista dovrebbe dedicare almeno qualche anno allo studio della
composizione, il Conservatorio da questo punto di vista a mio avviso è
piuttosto carente.
A proposito, sappiamo che ha insegnato a lungo in Italia
e negli ultimi anni ha maturato altre esperienze in Portogallo e in Austria.
Come giudica l'insegnamento della musica nei Conservatori e quali sono le
differenze che ha riscontrato negli altri paesi dove ha insegnato?
Mi sembra che in generale, a parte qualche comprensibile
diversità nei programmi, lo studio dello strumento nei Conservatori
e nelle Accademie di Musica un po' ovunque si riduce essenzialmente al rapporto
insegnante-allievo, non dimentichiamo che sono sempre gli insegnanti a fare
il Conservatorio, non viceversa. A questo punto dovrebbe essere chiaro, visto
quello che ho appena detto, che lo studio dello strumento anche a contatto
con un ottimo Maestro non può garantire da solo la formazione di un
musicista.
Crede come sostengono molti che il Conservatorio vada
rinnovato?
Senz'altro, non conosco nulla al mondo che sia suscettibile
di rimanere sempre tale e quale e immutabile nel tempo... nemmeno le Alpi
o la foresta del Mato Grosso, figuriamoci il Conservatorio! certo che va rinnovato,
del resto non diversamente da qualunque altra istituzione scolastica o culturale.
Aggiungo però di essere piuttosto scettico sul fatto che, in campo
artistico, ad un miglioramento dei programmi e delle metodologie di studio
possa far riscontro un effettivo incremento degli artisti...
È davvero cosí
sfiduciato sulle potenzialità del sistema educativo?
In campo artistico?!... occorre ricordare quale fu il destino delle utopie
nella corrente zdanoviana, in Unione Sovietica?... Il mio però non
vuole essere un attacco allo studio accademico in quanto tale e non voglio
entrare nel merito dei programmi di studio perché non li conosco a
fondo, mi riferisco più in generale alle metodologie, o ad esempio
alla scarsezza di ore dedicate alle materie umanistiche che per un musicista
sono altrettanto importanti di quelle dedicate allo strumento perché
forniscono un'infinità di suggestioni e suggerimenti, spesso la prima
chiave di lettura di una partitura, e non è possibile credere di avvicinarsi
all'opera di un compositore, grande o minore che sia, senza conoscere il contesto
culturale e storico nel quale è vissuto, sarebbe come se qualcuno pretendesse
di essere un buon scrittore o addirittura un poeta solo perché sa leggere
tutte le lettere dell'alfabeto e conosce alla perfezione tutta la grammatica
e la coniugazione dei verbi...
Ecco il motivo per cui un ottimo insegnante di strumento per quanto fondamentale
possa essere non può influire in modo determinante sulla formazione
dell'artista.
È necessaria una moltitudine di stimoli e sollecitazioni, questo sí,
ma soprattutto una profonda e innata curiosità individuale che si manifesta
nella necessità di esprimersi, e questa può venire unicamente
dall'individuo, gli insegnanti possono avere un ruolo importante e fornire
molti stimoli ma direi che il loro apporto, per quanto forte possa essere,
è tutt'altro che decisivo per la formazione di un artista.
Madre Natura non è affatto democratica e l'educazione da parte sua
tutt'altro che onnipotente.
Perché ha lasciato l'insegnamento
e cosa Le ha lasciato l'esperienza dell'insegnamento?
Un momento... non l'ho abbandonato del tutto, è solo che adesso non
mi ci posso dedicare a tempo pieno, in Italia ho insegnato al Conservatorio
di Venezia ed è stata tutto sommato un'esperienza positiva, in quell'occasione
però ho toccato con mano i limiti di cui dicevo. Poi ho insegnato a
Bologna per altri quattro anni nella Sperimentazione Musicale, all'epoca si
chiamava così, ma non sopportavo il clima di burocrazia opprimente
e soprattutto il fatto che le competenze musicali e tecnico-strumentali degli
allievi venissero considerate alla stregua di un qualunque altro obiettivo
didattico, forse neanche il più importante... nel frattempo mi è
giunto l'invito di andare ad insegnare ancora in Conservatorio, questa volta
in Portogallo. Così ho fatto le valigie e mi sono trasferito per un
anno a São Miguel, nelle isole Azzorre. È stata un'esperienza
molto bella sia sul piano umano che su quello professionale.
Nonostante le soddisfazioni raccolte in breve tempo sentivo la necessità
di fare nuove esperienze e così ho inoltrato una domanda a Vienna...
ed eccomi qua, anche se da quest'anno insegno solo nei ritagli di tempo.
Ora come ora, come dicevo, non ho tempo per dedicarmici di più, ma
nel futuro chissà...
Che effetto Le fa cambiare cosí spesso nazione?
È faticoso doversi rapportare sempre a situazioni diverse?
Molto, ogni volta è un po' come ripartire da zero,
però ritengo si debbano considerare solo e sempre gli aspetti positivi
insiti in ogni cambiamento; ad esempio l'infinità di nuove suggestioni,
non solo quelle culturali ma quelle fatte anche di aria, di luce, di clima...
lo ripeto, rispetto agli attori abbiamo il vantaggio che la musica è
una lingua universale, certo all'inizio mi pesava abbastanza il fatto di non
potermi esprimere sempre come avrei voluto, poi piano piano ho perfino imparato
a sublimare nella musica le mie difficoltà. Ancora oggi però,
come vede, sono ben lontano dall'esprimermi con proprietà...
Non ha nostalgia dell'Italia?
Ancora no, anche perché ci torno spesso, e poi confesso
che mi piace stare lontano dal "bel paese" perché quando ci torno comprendo
meglio alcune cose e mi accorgo di altre che non avevo mai notato.
Cosa ne pensa dei suoi colleghi austriaci e stranieri?
...Non è che per caso abbia una domanda di riserva?
[ride]
... È considerato così
male!?...
... Spiritoso eh?!... No, tutt'altro! Tra i chitarristi ho molti vecchi amici,
negli ultimi tempi poi ho avuto apprezzamenti inaspettati da parte di altri
chitarristi anche in Austria e la cosa mi fa piacere... solo che sono poco
diplomatico!... Qualche volta è capitato che la stima non fosse reciproca
e questo logicamente mi ha provocato situazioni di imbarazzo.
Cos'è che "non va" in loro?
Hanno uno strumento meraviglioso tra le mani ma spesso la
preparazione musicale e lo spessore culturale di alcuni di loro, anche quelli
bravi, non lo supporta adeguatamente, lo si capisce da come suonano, dai programmi
dei loro concerti, quando si parla con loro per più di cinque minuti...
E Lei invece con quali musicisti
va d'accordo?
... Con tutti gli altri!... No, scherzo! Però ho molti amici soprattutto
tra i cantanti, violinisti, pianisti e direttori d'orchestra i quali, guarda
caso, sono proprio coloro per i quali il fatto di avere un buon bagaglio culturale
è condizione assolutamente imprescindibile, inoltre proprio per il
fatto di non essere chitarristi spesso sono più obiettivi e possono
apprezzare liberamente il mio strumento.
Voglio raccontarle un fatto emblematico: nell'estate del 1988 Carlo Crivelli,
a quattro giorni dalla prima esecuzione assoluta del suo Rubrum Laudis
al Cantiere Internazionale d'Arte di Montepulciano, ebbe l'occasione di venire
ad un mio concerto e decise immediatamente di aggiungere in orchestra un intervento
solista per chitarra decacorde... tutto questo a poche ore dalla prima!...
Fossi più ingenuo od ottimista potrei anche credere che fu colpito
esclusivamente dalle mie qualità... ma penso sia più realistico
ritenere che, come compositore, sia rimasto impressionato soprattutto dalle
maggiori potenzialità del nuovo strumento.
Parliamo un po' del lavoro e dello studio che sta alle
spalle di un concerto: qual è il suo approccio iniziale alla partitura?
Molto spontaneo e diretto, non ho un metodo particolare...
Ma da dove trae i principali elementi della sua interpretazione?
Che cos'è che Le fa decidere un tempo generale, un colore... e in quale
misura interviene il musicologo nel processo interpretativo?
Direi pochissimo e mai in modo consapevole, detesto i musicologi
che con la scusa della competenza storica vogliono ficcare il naso nelle questioni
interpretative e siccome lo sono a tutti gli effetti, spesso mi capita di
dover tenere a freno la mia naturale tendenza all'autocritica. Finché
si tratta di rovistare nelle biblioteche o di preparare una rielaborazione
lascio pure lavorare lo storico, però quando si tratta di mettere le
mani sullo strumento e cominciare a trasformare in tessuto vivo e pulsante
ciò che fino a quel momento è sterile materiale cartaceo, mi
tolgo gli abiti del musicologo e rimango completamente nudo... per sentirmi
completamente a mio agio e interpretare liberamente rimango sempre un tipo
intuitivo...
L'ispirazione per Lei cos'è?
Un fatto molto soggettivo e variabile, varia da persona a
persona e da momento a momento. Come diceva Luigi Nono, che diversamente da
me e per motivi generazionali aveva molti pudori ad usare questo termine all'epoca
desueto e addirittura pericoloso... è una provocazione che ha l'effetto
di andare a toccare e spostare qualcosa dentro di noi, qualcosa che, per l'appunto,
ci provoca una reazione; dopodiché nulla può ritornare più
al suo posto perché dentro si è mosso qualcosa... ecco il motivo
per cui molti di noi sono spesso inquieti ed è cosí difficile
vivere al fianco di un artista ma (e qui mi rivolgo a chi è costretto
a star loro vicino) state tranquilli!... è tutta ispirazione...
Esistono dei momenti o dei
luoghi privilegiati dove si manifesta?
Da alcuni anni trovo l'ispirazione o certe chiavi interpretative a contatto
con la natura, nel campo delle arti visive, anche nella letteratura e nelle
opere di carattere filosofico ma direi maggiormente nelle arti visive. Può
capitare che un'idea musicale o una particolare tinta non ne vogliono sapere
di realizzarsi sullo strumento e allora non insisto... esco a fare una passeggiata,
se è una bella giornata vado volentieri a Schönbrunn [dove c'è
lo zoo più antico del mondo, n.d.r.] oppure trascorro giornate intere
nei musei senza seguire un itinerario preciso e non mi stanco mai di scoprire
nuovi particolari nei dipinti o nelle sculture, si realizza in questo modo
una libera associazione di idee e intanto lascio che il subconscio lavori
per me.
Sono molto grato a Nono per avermi insegnato questo metodo, inoltre la catena
di associazioni tra suoni e forme, movimenti o colori favorisce molto la concentrazione
e soprattutto aiuta la memoria durante i concerti.
Riconosco di essere fortunato, quando vivevo in Italia avevo Venezia: una
fonte inesauribile di suggestioni, mentre in questi ultimi due anni con grande
sorpresa... ho scoperto che Vienna cela un patrimonio artistico e di suggestioni
musicali per me addirittura superiore e più variegato rispetto a quello
della mia città di origine.
Quali sono gli autori che preferisce?
... Bella domanda!... Mi trovo sempre in grande imbarazzo quando mi si chiedono
gli autori che preferisco... non so... vado molto a periodi... direi però
che alcuni punti fermi ci sono: ad esempio ho una passione costante per l'Opera
italiana, il repertorio sinfonico e tutta la prima metà del Novecento,
naturalmente oltre a tutta la letteratura per strumento solista.
Ora una domanda ancora più
imbarazzante: quale tipo di interprete si sente di rappresentare?
... Ma qui invece non ho nessuna esitazione!... nonostante le illustri ascendenze
mi considero un apolide, un anarchico, sia nella musica che nella vita, non
sono per niente sistematico e le opere integrali mi interessano poco o nulla,
specialmente quelle degli autori che hanno scritto per la chitarra, per questo
motivo sono sempre costretto a cercare molto e in tutte le direzioni, per
questo motivo leggo avidamente, magari senza lavorare di cesello, partiture
di tutte le epoche e degli autori più diversi, leggo moltissimo anche
nel campo della letteratura e soprattutto del teatro.
Cosa in particolare?
Soprattutto i classici.
È un tipo selettivo?
Assolutamente, scarto moltissimo. Io credo che esistano due tipi di interpreti:
quelli che hanno la tendenza a presentare un determinato autore eseguendone
in blocco l'opera completa (anche se a dire il vero questo mi sembra accada
più in studio di registrazione che dal vivo), come ad esempio Daniel
Barenboim o Rudolf Buchbinder che la scorsa stagione qui a Vienna ha proposto
l'integrale delle sonate e dei concerti di Beethoven; poi ci sono invece gli
interpreti che dalla letteratura del proprio strumento si ritagliano quello
che pare a loro, allo scopo di presentare essenzialmente se stessi, e tra
questi rientro io.
Come vede è una logica rovesciata, molto dipende dal carattere e dalla
personalità del musicista. In concerto si distinguono subito oltre
che dal programma perché i primi necessariamente suonano leggendo,
mentre i secondi quasi sempre a memoria.
Lo ripeto, questo non significa che io non sia curioso nei confronti di partiture
nuove o inedite, anzi! Normalmente dedico un'oretta buona della mia giornata
alla lettura di musiche che non sono di repertorio.
Non pensa che al giorno d'oggi sia invece opportuno
prestare maggior attenzione agli autori e alle partiture meno eseguite in
passato? Lei sa bene che il lavoro di ricerca in campo musicologico porta
continuamente alla scoperta di nuove partiture, non solo di musica antica
o barocca, spesso molto interessanti e ingiustamente trascurate.
Certo, però Le dico anche una cosa: non so agli altri... ma a me personalmente
dell'Emmentaler piace soprattutto ciò che sta intorno ai buchi... e
credo che un solista, specie un chitarrista, vada perdonato se non ha la voglia
o la pazienza di cimentarsi con l'esecuzione integrale di autori importanti
o meno importanti. Vede, oggi come nel passato il problema principale per
artisti e governanti è sempre stato quello di darsi una legittimazione,
e nel mondo della musica molto spesso quando la statura artistica dell'interprete
non è sufficientemente elevata questa legittimazione prende il nome
di filologia; pensiamo ad esempio che esistono musicisti quali il bravo e
volenteroso Robert Levin, lo conosce? che propone l'opera integrale di Mozart
e di Beethoven eseguita su fortepiano originale dell'epoca e invece Arturo
Benedetti Michelangeli che era la dannazione dei discografici e non è
mai riuscito a portare a termine né il ciclo di Mozart né quello
più modesto (ma solo per il numero, beninteso!) di Beethoven su un
comune e moderno pianoforte. Però se il pubblico riempiva le sale e
ascoltava anche dieci concerti con il medesimo programma "lacunoso" una ragione
ci sarà pure stata non crede?
Vogliamo azzardare un'ipotesi?...
Ancora una volta non sta a me rispondere, ma a questo proposito ricordo quello
che mi disse un impresario americano, il quale selezionava la sua scuderia
di artisti per il modo in cui riuscivano a catalizzare l'attenzione del pubblico.
In questo senso un violinista come Heifetz, pure se freddo, era davvero notevole
mentre, solo per fare un esempio tra molti, Leonid Kogan era piuttosto carente.
Certo per un impresario... specie se statunitense poi!... mettere in atto
una logica discriminativa di questo tipo significa voler finalizzare tutto
all'incremento del suo business... ad ogni modo pur per finalità opposte
alle nostre credo che quell'impresario abbia fatto un'osservazione sulla quale
tutti quanti dovremmo riflettere di più perché investe un aspetto
a mio avviso ancora poco indagato della musica e dell'uomo, altrimenti non
ci spiegheremo mai la ragione per la quale il pubblico continua a frequentare
le sale da concerto invece di starsene comodamente a casa, in pantofole, ad
ascoltare i dischi.
Ritornando al problema del repertorio dobbiamo riconoscere che i pianisti
sotto quest'aspetto sono già più fortunati di noi, basti pensare
che il solo Mozart ha lasciato la bellezza di 23 Concerti per pianoforte e
orchestra, ma nonostante il fatto che proprio in questa forma sia stato ancor
più innovativo rispetto alla sinfonia... non possiamo certo nascondere
che non tutti quei concerti siano capolavori assoluti... e a voler essere
magnanimi quelli veramente notevoli sono cinque o sei, che comunque non sono
pochi e poi non meravigliamoci tanto se... guarda caso! sono proprio quelli
che furono nel repertorio dei grandi pianisti del passato.
Chi Le suggerisce i programmi?
Nessuno, solo il caso e la mia chitarra, naturalmente oltre al mio estro,
e aggiungo che fino a quando continuerò a non trovare veti od ostacoli
presso le organizzazioni artistiche, continuerò sempre a fare le mie
scelte e a proporre i miei programmi in assoluta libertà ed autonomia.
Venendo poi al caso specifico della chitarra, molto onestamente ritengo che
questo strumento insieme con l'arpa, stante la scarsa levatura dei compositori
ad essa dedicatisi, sia tra gli strumenti solisti quello che forse giustifica
maggiormente questo tipo di scelta.
Cosa ne pensa dell'edonismo e della vanità in
musica?
È una domanda che le viene in mente dopo quello che
ho detto?...
Mah, forse...
E io le sembrerei un edonista?! sarà pure... in fondo rimango sempre
un italiano!... comunque adesso cerco di spiegarmi un po' meglio... vede,
io credo che il peggior difetto per un interprete, dopo l'ostinata coerenza,
sia proprio la vanità, quando io sono sicuro di presentare al pubblico
la mia verità musicale riguardo un particolare brano che interpreto,
non mi passa nemmeno per la testa che a qualcuno in sala possa non piacere...
se volessimo accontentare tutti staremmo freschi!... Soprattutto dovremmo
cambiare mestiere.
Mi scusi, ma quello che Lei, come molti altri del resto, scambiate per vanità
ed edonismo io la chiamo convinzione interpretativa. È la mia realtà
personale, il mio modo personale di intendere e di interpretare un determinato
lavoro di un determinato autore. E poi non sono cosí ingenuo da credere
di trovare nell'esaustività, nella completezza un valido motivo alla
legittimazione delle mie scelte.
Edonisti nella misura in cui cercano l'inattaccabilità della critica
o il plauso del pubblico semmai saranno coloro i quali hanno bisogno di cercare
il sostegno di traballanti giustificazioni filologiche quando si presentano
al pubblico con l'Urtext sul leggio o con lo strumento copia-originale tal
dei tali... questi a mio avviso non sono interpreti nel senso stretto del
termine. Li chiamerei piuttosto operatori culturali e, che nessuno si senta
offeso, li considero alla stregua di bravi e diligenti bibliotecari... ma
l'Arte è da un'altra parte.
Quali sono allora gli interpreti che apprezza maggiormente?
Ce ne sono davvero molti, troppi per poter essere menzionati
qui su due piedi... e se comincio a nominarne qualcuno va sempre a finire
che dopo l'intervista mi accorgo di averne lasciato fuori qualcun'altro per
me ancora più importante...
Provi almeno ad indicarci i primi che Le vengono in
mente e ai quali Lei si sente particolarmente vicino.
Direi che mi sento particolarmente legato a tutti quegli
interpreti che senza essere vacui o narcisisti antepongono se stessi a tutto
il resto, quelli che fanno una scelta, che hanno una spiccata personalità
musicale, che non significa necessariamente univoca o priva di sfaccettature.
Non ha importanza se il loro carattere sia anodino o passionale, non è
una questione di carattere individuale, quello che a me interessa è
soprattutto l'umanità di chi sta dietro allo strumento, la sua concezione
del mondo, ammesso che ne abbia una, e come riesce a trasmetterla quando suona...
E le idee del compositore invece non la interessano?
Al contrario! Quello che voglio dire è che solo chi
ha una personalità matura e definita, chi non scompare dietro al proprio
strumento ha la capacità di mettermi in contatto con l'idea dell'autore.
È un po' come la differenza che c'è in teatro fra una recitazione
di stampo Brechtiano e quella del metodo-Stanislawski: a teatro io preferisco
chi entra sempre in gioco e trasfonde consapevolmente una parte del proprio
carattere nel personaggio che deve mettere in scena, chi non ha la falsa presunzione
di annichilirsi... (e mi chiedo in quale modo sia possibile poi!) identificandosi
con il personaggio... finchè parliamo di recitazione cinematografica
è un conto, ma quando si recita a teatro quante volte si può
far morire un personaggio sulla scena!?...
Insomma dei suoi interpreti
preferiti non vuole citarne neppure uno solo...
Certo, ora l'accontento... andiamo con ordine iniziando dagli strumenti polifonici,
vediamo un po'... bene, se rimaniamo su disco, per il pianoforte direi Arturo
Benedetti Michelangeli insieme con Vladimir Horowitz, Emil Gilels, Artur Rubinstein
e Sviatoslav Richter, poi ancora Claudio Arrau e tra i viventi l'amico Ivo
Pogorelich. Come vede ce n'è per tutti...
L'organo e il clavicembalo mi piacciono ma li tollero poco e devo prenderli
per cosí dire... a piccole dosi!... sia perché su di me hanno
un effetto soporifero sia perché non nutro una passione sviscerata
per il loro repertorio più ponderoso e rappresentativo, il barocco.
Non Le piace il barocco?
Come no, lo adoro! ma ritengo che sul clavicembalo e l'organo venga esaltato
ulteriormente il suo carattere fastoso e declamatorio mentre sugli altri strumenti
mi sembra emergere anche la sua natura più spirituale. Non me la sento
di indicare un interprete preferito anche perché mi sembra che si assomiglino
un po' tutti.
L'arpa è il mio secondo strumento preferito, purtroppo sto ancora cercando
un degno erede di Zabaleta e credo dovrò aspettare ancora molto...
per il violino ho una vera passione per i russi della vecchia scuola: David
Oistrach, Nathan Milstein, e poi ancora Jasha Heifetz ma ho un debole anche
per Menuhin al quale devo molto il mio fraseggio. Per il violoncello Pablo
Casals, Mstislav Rostropovich e Mischa Maisky.
Per il quartetto: il Quartetto Italiano, proprio in questi giorni ho letto
l'integrale dei quartetti di Beethoven ascoltandoli su disco e credo che da
allora in poi non vi sia mai stato niente di superiore. Tra le formazioni
che ho apprezzato di più in tempi recenti direi l'Emerson String Quartett
e l'Hagen Quartett, per la musica da camera del Novecento quest'ultimo è
davvero superbo.
Tra i direttori d'orchestra mi piace Bernstein per il repertorio sinfonico
di tardo ottocento, di lui ascolto sempre volentieri Bruckner e soprattutto
Mahler, ma fu grande anche con gli autori americani del Novecento quali Ives
e Copland.
Viceversa, Karajan negli ultimi tempi l'ascolto quasi solo nel repertorio
delle avanguardie storiche, lo preferisco in particolare nel repertorio espressionistico
e dodecafonico. Per l'opera italiana mi piace moltissimo Riccardo Muti: specie
nel repertorio verdiano è quanto di meglio si possa ascoltare in giro.
Mi sembra di capire che Lei
ascolta molto anche su disco.
E come potrebbe essere diversamente?! Come potrei altrimenti entrare in contatto
con Fournier, Grumiaux, Cortot, Segovia, Rubinstein, Furtwängler e qualche
altra decina di interpreti sommi del Novecento ormai scomparsi da decenni?...
forse con una seduta spiritica!? Ritengo ci si debba confrontare regolarmente
con i grandi musicisti del passato i quali, non va dimenticato, oltre ad essere
grandi virtuosi, erano soprattutto protagonisti della cultura del proprio
tempo, è in questo modo che possiamo realizzare un legame più
solido con la nostra epoca e nel contempo prendere parte alla storia dell'interpretazione,
è in questo modo che si dà anche un senso ed un valore al nostro
operato.
Inoltre penso che ogni musicista debba essere prima di tutto un musicofilo
e conoscere a fondo la storia della musica, altrimenti se conosce solo il
proprio strumento e la letteratura ad esso collegata come potrà mai
porre in consapevole relazione il suo microcosmo con quello più generale
della musica? E soprattutto che cosa potrà mai "raccontare" al pubblico?
Secondo Lei il pubblico cosa cerca?
Secondo la mia esperienza chi siede in sala, sia essa un
piccolo teatro italiano di provincia oppure il Konzerthaus di Vienna, non
ne vuole sapere di tecnica, di note o di storie varie... e al di là
del momento di evasione vuole trovare un collegamento con quanto già
conosce o esperisce quotidianamente in altre sfere della vita, siano esse
affettive, estetiche o culturali.
Ancora una domanda: che cos'è un applauso?
Un rumore incoerente al termine di un'esecuzione prodotto
per effetto di due mani che sbattono rapidamente l'una contro l'altra...
... ed il cui volume sonoro
e durata sono direttamente proporzionali all'entità del successo incontrato...
siamo tutti d'accordo, però quello che vorrei sapere è cosa
rappresenta per Lei...
Sarei tentato di rispondere con la retorica media di un cantante lirico...
dicendo che è la migliore ricompensa dopo tanto lavoro e tanti sacrifici
fatti non solo di studio ma anche di... bla, bla, bla... tutti sarebbero contenti
però mi sa tanto che non è originale eh?!... È un discorso
lungo e per me alquanto imbarazzante, voglio solo dire che non è sempre
come ci si aspetta, anzi a dire il vero per me quasi mai, ma questo fatto
a mio parere è un indizio solamente positivo.
Allude alla diversa risposta
del pubblico?
Sì ma non solo... vede, nel mondo della musica ci sono essenzialmente
due indirizzi, e sono diametralmente opposti: uno è quello dell'effetto
studiato a tavolino e fatto ovunque nello stesso modo, a New York come in
Burundi, sempre uguale e sempre ripetuto nel medesimo punto, con grande probabilità
sortisce sempre il medesimo effetto anche sul pubblico, è un metodo
che funziona bene e costa poco... ma il guaio è che presto si diventa
prevedibili.
L'altro indirizzo invece impone di abbandonarsi totalmente alla musica, alle
circostanze ambientali ed al clima del momento, è un atteggiamento
altamente rischioso ma a mio avviso l'unico veramente onesto e legittimo anche
perché non esclude a priori dall'esecuzione un aspetto assai importante
della musica: l'interazione con lo spazio vivo della sala.
Molti sostengono che i miei concerti sono tutti diversi tra loro anche quando
avvengono a breve distanza e credono che questo fatto sia imputabile allo
stato d'animo del momento... certo anche quello ha la sua influenza, del resto
come quello dell'ascoltatore stesso, quest'ultimo anzi è tutt'altro
che marginale... quello che voglio dire però è che per me l'ambiente
è veramente parte integrante dello strumento, il suono si propaga nell'aria,
le caratteristiche e le dimensioni fisiche dell'ambiente condizionano il risultato
sonoro in maniera molto rilevante, anche per questo motivo, insisto, non esiste
una realtà oggettiva della musica, e soprattutto per questo motivo
il tempo generale di ogni esecuzione, gli aspetti timbrici del suono e la
dinamica devono sempre essere considerati con la massima attenzione e messi
in discussione di volta in volta, altrimenti a cosa servirebbero le prove
generali?!?...
È sbagliato ritenere che lo strumento sia tutto contenuto all'interno
delle sue dimensioni fisiche, direi piuttosto che lo spazio dovrebbe essere
considerato la vera e propria cassa armonica dell'insieme interprete-strumento.
È chiaro che un approccio di questo tipo sia più complesso e
problematico, soprattutto perché rivolto più alla musica che
alla risposta puramente epidermica dello spettatore...
Parliamo un po' del suo soggiorno qui a Vienna. Le
piace l'Austria? Come ci si trova?
Quello che ho visto finora dell'Austria mi è piaciuto
molto, vivo a Vienna da quasi due anni, mi trovo bene e soprattutto a mio
agio. Ora come ora non vorrei vivere in nessun'altra città europea.
Pensa di rimanerci a lungo?
Direi di sí, anche se francamente ho imparato a non
fare progetti a lungo termine...
Quest'anno è già stato in vacanza?
No, adoro viaggiare ma odio le vacanze, ho girato molto ma
non per svago.
La nostra intervista volge al termine, ancora una domanda:
come passa il tempo libero?
... E questa è un'altra di quelle differenze sostanziali tra chi fa
un lavoro come questo e gli altri! proprio il concetto di tempo libero...
io credo di non averne mai però mi rendo anche conto che se mi vede
passeggiare al Kunsthistorisches Museum potrebbe credere che mi stia prendendo
un momento di relax o di evasione... niente di più falso! Sono in servizio,
proprio come il tenente Colombo, in borghese alla ricerca dei miei soliti
indizi!...
Ma non ha neanche un piccolo hobby?
Sì, ma anche in questo caso è legato
a filo doppio con la musica... la ricostruzione musicale in ambiente domestico,
in una parola più semplice, anche se non del tutto appropriata: l'hi-fi.
È stato ed è tutt'ora molto importante per me poter ascoltare
la musica e i grandi interpreti nel migliore dei modi, in ogni momento e ogni
volta che mi viene la voglia, per questo a casa mia ho una sala progettata
appositamente per l'ascolto e per lo studio.
C'è un aforisma di Karl
Heinrich Waggerl: "Il valore di un Uomo lo si può riconoscere
a colpo sicuro dalle attività che svolge nel tempo libero"
Mica male!... non lo conoscevo, questo però starebbe
anche a significare che sono un individuo a senso unico...
Fossi in Lei non mi preoccuperei troppo, la musica
è un campo talmente sconfinato da evitarLe questo pericolo...
Ai concerti ci va volentieri?
Certo, Vienna per un musicista è come un negozio di
formaggio per un topo! Questa città, un po' come tutta l'Austria del
resto, offre costantemente concerti favolosi con i maggiori protagonisti del
mondo musicale, in sale straordinarie che al mondo non hanno eguali, cosa
si può desiderare di più?!...
Vuole ricordare ai nostri ascoltatori quali sono i Suoi
impegni futuri?
Ho un concerto a fine mese per il Festival "Forum Gitarre",
a settembre sarò a Grein e poi al Castello di Schönbrunn con il
tenore Alexander Kaimbacher. A partire da novembre mi dovrò dividere
tra la preparazione del nuovo programma e la composizione delle musiche di
scena per il nuovo lavoro del drammaturgo tedesco Nicolas Dabelstein, sarà
rappresentato in prima assoluta qui a Vienna al Volkstheater la prossima primavera
e poi andrà ad Amburgo.
Bene, questa era davvero l'ultima domanda. La ringrazio
per essere stato con noi.
Grazie a voi, è stato un piacere.
(traduzione italiana di Claudia Wurzinger)